Tassazione rendite finanziarie e Tobin Tax [VIDEO]

Scritto il alle 15:15 da slevin@finanzaonline

Tobin Tax in Italia

La cosiddetta Tobin Tax, il tributo che colpisce le transazioni finanziarie, ha prodotto in Italia entrate per 285 milioni di euro, un gettito decisamente inferiore rispetto a quanto preventivato.

L’imposta è stata introdotta dal Governo Monti, che aveva originariamente proposto un’aliquota dello 0,5% su ogni transazione finanziaria, ed è attualmente pari allo 0,1%, dopo le pressioni della comunità bancaria che aveva messo in guardia sulla scarsa efficacia dell’imposta, sulla base della fallimentare esperienza svedese. Attualmente la Tobin Tax è presente solo in Italia e in Francia e sta provocando una distorsione sui mercati, incentivando gli operatori a svolgere le proprie attività in mercati esteri non tassati, come ad esempio Germania, Spagna e Olanda.

Introduzione di una tassa patrimoniale in Italia per ridurre il debito pubblico

La drammatica situazione del debito pubblico italiano è causata soprattutto dagli elevati interessi che il nostro paese deve versare sui titoli di stato, causati a loro volta dall’elevato costo di accesso al mercato (l’Italia si finanzia a tassi molto più elevati rispetto alla Germania) e dal volume del debito pubblico, che sta superando ogni record. Uno dei mezzi individuati per ridurre il debito pubblico italiano è l’introduzione di una tassa patrimoniale che potrebbe portare un gettito di 400 miliardi di euro e ridurre il pesante fardello. Favorevoli all’introduzione del tributo enti quali la Bundesbank e il Fondo Monetario Internazionale, alcuni sindacati e molti esponenti politici di spicco come Corrado Passera, Pier Luigi Bersani e Francesco Profumo ma in generale i fautori del balzello appartengono ad uno schieramento trasversale. Una patrimoniale di queste dimensioni potrebbe essere realmente introdotta nel nostro paese o si tratta di un’iniziativa irrealizzabile?

Tassa patrimoniale: effetti sui mercati ed effettiva applicabilità

L’economista Paolo Cardenà ha cercato di prevedere gli effetti sui mercati finanziari dell’introduzione di una tassa patrimoniale particolarmente incisiva, valutandone l’effettiva applicabilità. I possessori di ricchezza finanziaria potrebbero non disporre della liquidità necessaria per fronteggiare il tributo ed essere costretti, conseguentemente, ad alienare parte dei propri asset. Un’azione di questo tipo potrebbe provocare una caduta dei mercati coinvolti (l’eccesso di offerta rispetto alla domanda provocherebbe un forte calo dei prezzi), provocando perdite ingenti in conto capitale.

Analizzando la composizione della ricchezza italiana, pari a 8.540 miliardi di euro, si scopre che gran parte di questa non è tassabile. I fabbricati sono già pesantemente tassati e quindi andrebbero esclusi dalla base imponibile (anche se non sono da escludere ulteriori aumenti delle aliquote), così come il denaro circolante, difficilmente quantificabile, e le partecipazioni in società non quotate, difficilmente valutabili. La base imponibile ipotizzabile, composta da depositi bancari e attività finanziarie come azioni, obbligazioni, quote di fondi comuni e fondi pensione, ammonta a circa 1.100 miliardi di euro e un gettito di 400 miliardi di euro sarebbe ottenibile applicando un’aliquota elevatissima, del 40% circa. Allo stato attuale, quindi, è pressoché impossibile ottenere un gettito di 400 miliardi di euro tassando la ricchezza degli italiani.

 

Ecco il parere degli esperti in una video intervista esclusiva realizzata da Brown Editore al ITForum 2014 di Rimini in collaborazione con BNP Paribas:

 

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